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Con un impegno crescente:
Autore/Autori: Laura Adelaide Dalla Vecchia
MiniMaster – Congresso 2025
Laura Adelaide Dalla Vecchia presenta l’approccio “One Health”, una filosofia che riconosce l’indissolubile legame tra la salute umana, quella animale e l’integrità dell’ambiente. Il video evidenzia la necessità di una collaborazione multidisciplinare per affrontare minacce globali e promuovere un benessere olistico. Senza un ecosistema sano e animali protetti, la salute dell’individuo rimane vulnerabile, rendendo questa visione integrata fondamentale per il futuro della medicina.
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| Tag | clinica, ecologia, epidemiologia, gestione, prevenzione, rischio |
La presentazione “MM25006” affronta il tema del One Health come filosofia di comportamento in sanità, sostenendo che non può esistere benessere per l’individuo senza benessere per gli animali e per l’ambiente. L’autore, un cardiologo, invita a una call to action per i professionisti medici, sottolineando l’urgenza di integrare la salute planetaria nella pratica clinica quotidiana.
I meccanismi alla base delle connessioni tra ambiente, animali e uomo sono complessi. L’allevamento intensivo di pollame produce emissioni di sostanze azotate, metano e polveri che contaminano aria, suolo e acqua, favorendo la resistenza antimicrobica e alterando la qualità della carne (aumento di omega‑6, promozione dell’aterogenesi). L’inquinamento atmosferico (particolato fine, biossido di azoto, ozono) attiva la via dell’infiammazione e dello stress ossidativo, responsabile di malattie cardiovascolari, neurodegenerative e metaboliche. Le microplastiche e nanoplastiche, ritrovate nelle placche carotidee in uno studio italiano, si associano a un aumento dei marker infiammatori e a un peggioramento degli outcome clinici (infarto, stroke, morte). Anche i cambiamenti epigenetici, come la metilazione del DNA, possono modulare la risposta individuale agli esposomi ambientali.
La diagnosi delle correlazioni tra fattori ambientali e malattie cardiovascolari si basa su studi epidemiologici e osservazionali. Viene citato uno studio multicentrico italiano su 300 pazienti con stenosi carotidea, in cui la presenza di microplastiche e nanoplastiche nella placca è stata correlata a un endpoint composito (infarto non fatale, stroke non fatale, morte) e a indicatori infiammatori. L’analisi di sopravvivenza (Cox regression) ha mostrato una differenza significativa tra il gruppo con e senza plastica, confermando il ruolo patogenetico dell’infiammazione.
Il trattamento proposto si basa su cambiamenti dello stile di vita: dieta prevalentemente vegetale (modello mediterraneo), attività fisica regolare, mobilità attiva (andare a piedi o in bicicletta) e riduzione dell’inquinamento. I medici sono chiamati a prescrivere non solo farmaci ma anche stili di vita, sfruttando la loro capacità di influenzare pazienti e comunità. Vengono incoraggiati progetti interdisciplinari con urbanisti, veterinari e professionisti ambientali, nonché azioni sostenibili nelle società scientifiche (materiali riciclati, menu vegetariani, abbonamenti ai trasporti pubblici).
L’approccio One Health è cruciale per la salute globale e richiede un’azione urgente. I professionisti medici possono contribuire con piccole azioni quotidiane (cambiare abitudini di mobilità, diffondere informazioni corrette, partecipare a progetti di welfare aziendale) che, cumulativamente, generano un effetto valanga positivo. La finestra per l’azione climatica si sta chiudendo, ma la speranza risiede nella capacità di ogni individuo di trasformare la propria resistenza al cambiamento in un’opportunità virtuosa.
The presentation “MM25006” addresses the One Health approach as a philosophy of behavior in healthcare, arguing that human well‑being cannot exist without the well‑being of animals and the environment. The author, a cardiologist, calls for a call to action for medical professionals, emphasizing the urgency of integrating planetary health into daily clinical practice.
The mechanisms underlying the connections between environment, animals and humans are complex. Intensive poultry farming releases nitrogenous substances, methane and dust that contaminate air, soil and water, promoting antimicrobial resistance and altering meat quality (increased omega‑6, promoting atherogenesis). Air pollution (fine particulate matter, nitrogen dioxide, ground‑level ozone) activates the pathway of inflammation and oxidative stress, responsible for cardiovascular, neurodegenerative and metabolic diseases. Microplastics and nanoplastics, found in carotid plaques in an Italian study, are associated with increased inflammatory markers and worse clinical outcomes (myocardial infarction, stroke, death). Epigenetic changes, such as DNA methylation, can also modulate individual responses to environmental exposures.
Diagnosing the correlations between environmental factors and cardiovascular diseases relies on epidemiological and observational studies. A multicenter Italian study on 300 patients with carotid stenosis is cited, where the presence of microplastics and nanoplastics in the plaque was correlated with a composite endpoint (non‑fatal myocardial infarction, non‑fatal stroke, death) and inflammatory indicators. Cox regression analysis showed a significant difference between the groups with and without plastic, confirming the pathogenetic role of inflammation.
Proposed treatment is based on lifestyle changes: a predominantly plant‑based diet (Mediterranean model), regular physical activity, active mobility (walking or cycling) and pollution reduction. Physicians are called to prescribe not only drugs but also lifestyles, leveraging their ability to influence patients and communities. Interdisciplinary projects with urban planners, veterinarians and environmental professionals are encouraged, as well as sustainable actions in scientific societies (recycled materials, vegetarian menus, public transport subscriptions).
The One Health approach is crucial for global health and requires urgent action. Medical professionals can contribute through small daily actions (changing mobility habits, disseminating correct information, participating in corporate welfare projects) that cumulatively generate a positive snowball effect. The window for climate action is closing, but hope lies in each individual’s ability to turn resistance to change into a virtuous opportunity.
Un saluto e un grazie per aver ideato questo mini master nell’ambito del 17esimo congresso nazionale di ecocardiochirurgia, un mini master dai contenuti mandatori ma troppo poco spesso inseriti nei congressi medici. Un applauso e un grazie per questo invito all’amico Bruno Passaretti, ad Antonio Mantero, Leonardo De Luca e Federico De Marco e a tutta la segreteria organizzativa. Credo insieme a loro e spero tutti voi che curare meglio i pazienti e salvare il pianeta sia un must. Proverò nei prossimi quindici minuti a dare alcuni spunti di riflessione e dibattito sul One Health come filosofia di comportamento in sanità.
Proverò a convincervi del fatto che non ci può essere benessere per l’individuo senza benessere per gli animali e per l’ambiente. Soprattutto proverò a chiedervi di iniziare a fare una call to action. Dico “fare” perché abbiamo un conflitto di interessi evidente: viviamo su questo pianeta con tutte le conseguenze del caso. Chi per la prima volta è andato sulla Luna ha compreso allora nel 1968 l’importanza di scoprire o meglio riscoprire la Terra, cosa che poi è forse un po’ sfuggita. Sappiamo che la triade del One Health è un approccio non antropocentrico alla salute. Resta da stabilire o convincersi se questo approccio abbia anche per l’antropo una ricaduta, un’importanza, ovvero capire quali siano le connessioni tra le diverse dimensioni del One Health.
Ho qui riportato un elenco delle principali connessioni per cui esistono evidenze scientifiche, dati clinici, studi epidemiologici. Guardiamo il primo rigo: ad esempio l’allevamento intensivo di pollame e i sottoprodotti di scarto sono collegati alle emissioni di sostanze azotate, di ossidi di azoto e metano e hanno un impatto sulle emissioni globali di gas serra, nonché sulla salute animale e umana. Lettiere e letame possono contenere residui di pesticidi, microorganismi, agenti patogeni, prodotti come antibiotici, ormoni, ma anche metalli, macronutrienti in proporzioni improprie e altri inquinanti che possono portare alla contaminazione dell’aria, del suolo, dell’acqua, nonché alla formazione di ceppi di agenti patogeni resistenti agli antimicrobici. La polvere emessa dalle operazioni di produzione intensiva di pollame contiene frammenti di piume, pelle, particelle di mangime, altri microorganismi e inquinanti che possono avere un impatto negativo sia sulla salute del pollame, sia sulla salute dei lavoratori agricoli e degli abitanti delle vicinanze. Anche gli odori fastidiosi sono sicuramente un problema per le persone vicine, mentre invece, anche se siamo lontani, sulle nostre tavole arriva una carne che ha qualità alterate per effetto dell’uso di mangimi che favoriscono l’accrescimento rapido dei polli, quindi con un contenuto aumentato di omega‑6 (cosiddetti PUFA) invece di omega‑3. Con questo rapporto aumentato vi è una promozione dell’aterogenesi, quindi delle malattie cardiovascolari, ma anche del cancro, di malattie infiammatorie, autoimmuni e neurodegenerative.
Se andiamo alla riga “zoonosi”, gli esseri umani incontrano i patogeni attraverso il contatto con la fauna selvatica, ma gli uomini stessi creano anche le condizioni affinché nuove zoonosi si riversino nelle comunità, e la pandemia Covid‑19 docet. Senza approfondire ogni singola criticità per motivi di tempo, si comprende però come le connessioni siano estremamente complesse sia in termini di relazione tra loro, sia in termini di ricadute sulla salute di piante, animali non umani e animali umani, cioè noi.
Premesso che forse la dieta perfetta non c’è e che comunque la dieta deve essere sempre personalizzata e contestualizzata, da non specialista di nutrizione di cosa sono sufficientemente certa? Che una dieta a prevalente contenuto di carne e derivati animali, soprattutto quando processati, lato antropos riduce l’aspettativa di vita e aumenta il rischio di malattie; lato animali induce allevamenti intensivi con peggioramento delle condizioni di vita degli animali stessi, delle loro condizioni igieniche e l’aumento delle loro malattie. Lato ambiente questo determina un aumento delle emissioni e degli inquinanti. Nell’inserto grafico si vede invece l’andamento esattamente opposto di questi ultimi anni, con un aumento impressionante e progressivo del consumo di carne (la scala è in milioni di tonnellate). Una dieta a prevalente consumo vegetale produce invece gli effetti esattamente opposti, come schematizzato in verde a sinistra. Un po’ provocatoriamente e con un mezzo sorriso potremmo dire che se ciascuno seguisse la dieta mediterranea così come originariamente era pensata e consumasse quindi i prodotti animali raramente, non ci sarebbe bisogno di avere al mondo i vegani. Chiaramente uno scherzo, non me ne vogliano i vegani né i vegetariani, anzi assolutamente il contrario.
Sulla sedentarietà non ci sono dubbi: sappiamo che si associa a malattia cardiovascolare e non solo. Un solo adulto su quattro fa un’attività fisica come raccomandata dall’OMS. Una persona sedentaria a 40 anni ha un cuore con una disfunzione diastolica di un 60enne o più che invece fa attività fisica.
Cosa sappiamo dell’inquinamento? Sappiamo moltissimo e gli studi sono sempre più approfonditi, anche perché non è semplice studiare la complessità degli effetti dell’inquinamento. Qui in estrema sintesi un elenco di alcuni dati decisamente sconfortanti: milioni di morti dovuti all’inquinamento, 6 milioni da inquinamento atmosferico e principalmente per malattie cardiovascolari. Sappiamo che particolato fine, derivati azotati e ozono ground level aumentano l’ipertensione, l’infarto, l’ictus e lo scompenso cardiaco. La via patogenetica è quella comune agli altri fattori causali e fattori di rischio, ovvero la via dell’infiammazione e dello stress ossidativo con danno sia cellulare che tessutale. Sappiamo anche che chi ha patologie, sia cardiache che non cardiache, è più vulnerabile, e sappiamo molto bene che i più vulnerabili sono i bambini, gli anziani e le persone con comorbidità. Inoltre le classi socio‑economiche svantaggiate – qui bisognerebbe aprire un capitolo sul One Health e il genere, che non apro per questioni puramente di tempo. Un dato flash sull’area metropolitana milanese: morti per cause naturali attribuibili a biossido di azoto a sinistra e numero di decessi per particolato, dati elaborati dall’ATS di Milano.
Sappiamo bene quali siano i fattori causali o fattori di rischio per le malattie cardiovascolari modificabili. Vorrei solo far notare come tra questi fattori ci sia una connessione viziosa che però può diventare opportunità virtuosa. Ad esempio, se decidiamo di muoverci di più – e non vuol dire necessariamente fare sport e attività fisica, anche andare al lavoro a piedi o in bicicletta – allora, se ci muoviamo di più, perdiamo peso, riduciamo i valori di pressione, di glicemia, di colesterolo, riduciamo l’inquinamento al tempo stesso e, in ultima analisi, si riduce l’infiammazione. Infiammazione che sappiamo essere la via ultima e comune per lo sviluppo delle malattie aterosclerotiche ma anche neurodegenerative, mentali, metaboliche. Tant’è che una delle linee di sviluppo terapeutico è proprio quella di andare a ridurre l’infiammazione e combattere lo stress ossidativo.
Un dato allarmante acquisito recentemente viene da uno studio osservazionale prospettico e multicentrico italiano estremamente interessante. Si tratta di uno studio che ha coinvolto poco più di 300 pazienti con stenosi carotidea sintomatica con significativa indicazione all’intervento. In questa popolazione, due gruppi a confronto: quello con microplastiche e nanoplastiche presenti nell’ateroma e il gruppo senza. Gli endpoint: il primario era un endpoint composito per infarto miocardico non fatale, stroke non fatale o morte per qualsiasi causa; l’endpoint secondario, gli indicatori di infiammazione. Prima cosa: i due gruppi effettivamente esistono, perché le micro e nanoplastiche nell’ateroma ci sono. Dobbiamo dire che, se sono arrivate nella placca carotidea, è altamente probabile che possano arrivare anche in altre. Qui due gruppi, con e senza micro e nanoplastiche, rispettivamente di 150 e 107 soggetti. Questa è la curva cumulativa di incidenza dell’outcome composito, cioè dell’endpoint primario. Si vede come, con una Cox regression analysis aggiustata per età, sesso e tutte queste variabili che vedete elencate, vi è una differenza significativa a sfavore del gruppo con micro e nanoplastiche (in arancio) verso il gruppo senza (in azzurro). Stessa differenza significativa si trova anche per i marker infiammatori.
Torniamo alla questione se One Health ci possa o meno riguardare, abbia importanza per noi. Possiamo dire che le plastiche sono ovunque intorno a noi ma anche dentro di noi. L’infiammazione sembra confermarsi come la via comune patogenetica. Va però considerato che il cosiddetto esposoma – fatto da quello che respiriamo, mangiamo, beviamo eccetera – è estremamente complesso, e quindi è difficile avere una relazione causa‑effetto per ciascuno dei fattori a cui siamo esposti. Poi va detto che oltre all’infiammazione vi possono essere cambiamenti epigenetici mediante la metilazione del DNA sostanzialmente, e forse possiamo sperare che qualche cambiamento epigenetico possa addirittura essere favorevole e protettivo. È un fatto che le connessioni nella triade ambiente‑animale‑uomo sicuramente esistono, ma vanno sicuramente considerate anche le suscettibilità e le risposte individuali, includendo anche le differenze di genere. Se pensiamo che il concetto di One Health abbia importanza, spero di avervi portato abbastanza elementi per decidere questa cosa. Allora diventa necessario passare dal concetto all’azione, anche urgentemente, perché la finestra dell’umanità per l’azione per il clima si sta chiudendo rapidamente.
I professionisti medici hanno l’opportunità unica di influenzare positivamente i pazienti, i familiari, la popolazione in generale, oltre alla comunità clinica e scientifica, e quindi di avere un’influenza positiva sul pianeta. È tanto noto che i medici siano tra i migliori influencer: usiamola questa capacità. Prescriviamo secondo linee guida non solo le terapie ma anche gli stili di vita. Guardate, da quando ho iniziato a impegnarmi, mi capita di convincere frequentemente i pazienti ad abbandonare l’auto per andare a lavorare con mezzi pubblici più camminata, magari scendendo la fermata prima dell’ufficio per poter camminare qualche minuto in più, oppure mi convinco ad andare a lavorare in bicicletta. Poi questi mi scrivono per ringraziarmi. Ancora, potremmo sviluppare progetti in sinergia e collaborazione con professionisti ambientali, con i professionisti dell’agricoltura, con i veterinari, con chi pianifica le città, gli urbanisti, e speriamo viceversa. E dovremmo anche uscire dalla logica della resistenza al cambiamento. Peraltro, dagli anni ’50 a oggi il cambiamento lo abbiamo tutti subito passivamente. Quindi provare a cambiare ciascuno le proprie abitudini, anche quelle più piccole, più apparentemente ininfluenti.
Questo è quello che abbiamo provato a fare per esempio come società scientifica quando l’anno scorso, nell’ambito del congresso nazionale, abbiamo dato questo benvenuto ai partecipanti. Li abbiamo resi partecipi del fatto che la società scientifica diventava ambasciatrice del cambiamento della sostenibilità, cercando di mettere in campo delle azioni di consapevolezza, responsabilità, coerenza e prevenzione, in un’epoca in cui la coscienza ambientale e i temi di One Health sono al centro del dibattito scientifico mondiale. In che cosa sono consistite queste azioni? Ad esempio abbiamo dato invece che i transfer in auto l’abbonamento ATM, abbiamo utilizzato materiale riciclato e compostabile, abbiamo utilizzato menu vegetariani e via discorrendo. Ora qualcuno ha sorriso favorevolmente, qualcuno ha mugugnato, di fatto tutti si sono posti di fronte a questo tentativo e hanno fatto una riflessione. Cosa che è successa per esempio anche all’ESCA a Londra qualche mese dopo, a settembre, c’era questo atteggiamento decisamente green. Analogamente l’Alleanza per le malattie cardiovascolari sotto l’egida del Ministero della Salute ha lavorato al tavolo dell’inquinamento e sono appena usciti i dati in questo documento pubblicato a febbraio.
Vero che per risolvere questa crisi planetaria è necessario un approccio collaborativo in cui professionisti medici, ricercatori scientifici, funzionari della sanità pubblica, i decisori politici lavorino insieme per mitigare e limitare le conseguenze delle attività umane, ma altrettanto vero è che ci sono anche piccole ma significative azioni da intraprendere. E mi ripeto volutamente: prescrizioni corrette, partecipare a progetti di mobilità attiva, fare 100 di questi mini master, proporre alle proprie aziende sanitarie programmi di welfare che siano propedeutici al One Health, corsi di fitness, sconti su bici a pedalata assistita, sconti per abbonamenti ai mezzi pubblici. Mettiamo le ali alla fantasia. Diffondere informazioni corrette è altrettanto importante: nelle scuole, negli ospedali. Faccio l’esempio dell’iniziativa di C40 e dell’Accademia delle strade condivise che sta organizzando una serie di seminari a Milano con la partecipazione di esperti in vari settori, dall’urbanistica alla medicina del lavoro, alla cardiologia, alle autoscuole, alle associazioni dei cittadini. A proposito di notizie corrette, una delle preoccupazioni riguarda questa domanda: per quanto tempo posso pedalare prima che l’inquinamento faccia più danno che la positività del pedalare stesso? Ovvero, se vado in bici in mezzo al traffico mi fa più male che bene perché respiro sostanze nocive? La risposta è che dovrei pedalare 10 ore perché i benefici dell’attività fisica vengono superati dagli effetti nocivi dell’inquinamento; quindi pedaliamo pure, perché credo che per raggiungere il posto di lavoro al massimo si pedali 20–30 minuti.
Infine, rispetto alle collaborazioni con esperti di altri settori, vi cito questo lavoro sull’ANSET dove sostanzialmente si dimostra che costruire, progettare e cambiare le città anche con scelte che possono essere inizialmente impopolari – ricordiamoci che la resistenza al cambiamento è tipica di qualsiasi organizzazione – scelte impopolari come le aree pedonali estese oppure i parcheggi a pagamento. Una diversa costruzione della città ha ricadute favorevoli e impressionanti sulla salute, non solo in termini di riduzione dei traumi stradali, ma riduzione di tutte le malattie e sostanzialmente porta a un miglioramento della qualità di vita, della salute, delle opportunità, dell’equità e dell’uguaglianza, con superamento anche di alcune delle differenze di genere di cui la nostra società è di fatto intrisa. Ecco quindi che si può realizzare quella che è la piramide cosiddetta rovesciata della mobilità metropolitana, in linea con le raccomandazioni dell’OMS e dei ministri della salute di sempre più stati europei.
Concludo ringraziandovi per l’attenzione, scusandomi per aver sforato di qualche minuto. Ringrazio l’Epijet Lab dell’Università di Milano per avermi fornito alcune riflessioni e alcuni dati. E vi lascio davvero con questa call to action: cerchiamo di cambiare da subito le nostre piccole abitudini, che queste facciano un effetto valanga, che sia una valanga favorevole e non quella da riscaldamento del pianeta e da scioglimento dei ghiacciai. Vi ringrazio e vi auguro un buon lavoro per il nostro pianeta, salviamolo.
Greetings and thanks for having conceived this mini‑master within the 17th National Congress of Echocardiosurgery, a mini‑master with mandatory contents that are still too rarely included in medical congresses. Applause and thanks to my friends Bruno Passaretti, Antonio Mantero, Leonardo De Luca, Federico De Marco and the entire organizing secretariat. Together with them, I believe – and hope you all do too – that treating patients better and saving the planet is a must. In the next fifteen minutes I will try to provide some food for thought and debate on One Health as a philosophy of behavior in healthcare.
I will try to convince you that there can be no well‑being for the individual without well‑being for animals and the environment. Above all, I will ask you to start a call to action. I say “do” because we have an obvious conflict of interest: we live on this planet with all the consequences. Those who first went to the Moon understood, back in 1968, the importance of discovering – or rather rediscovering – the Earth, something that perhaps has since been forgotten. We know that the One Health triad is a non‑anthropocentric approach to health. It remains to be established, or to be convinced, whether this approach also has a repercussion, an importance for the human sphere – that is, to understand the connections between the different dimensions of One Health.
Here I have listed the main connections for which scientific evidence, clinical data, and epidemiological studies exist. Look at the first line: for example, intensive poultry farming and waste by‑products are linked to emissions of nitrogenous substances, nitrogen oxides, and methane, and have an impact on global greenhouse gas emissions, as well as on animal and human health. Litter and manure can contain pesticide residues, microorganisms, pathogens, products such as antibiotics, hormones, but also metals, macronutrients in improper proportions, and other pollutants that can lead to contamination of air, soil, and water, as well as the formation of antimicrobial‑resistant pathogen strains. The dust emitted from intensive poultry production operations contains fragments of feathers, skin, feed particles, other microorganisms, and pollutants that can negatively affect both poultry health and the health of agricultural workers and nearby residents. Unpleasant odors are certainly a problem for nearby people; meanwhile, even if we are far away, meat with altered quality arrives on our tables due to the use of feed that promotes rapid chicken growth, thus with an increased content of omega‑6 (so‑called PUFAs) instead of omega‑3. This increased ratio promotes atherogenesis, therefore cardiovascular diseases, but also cancer, inflammatory, autoimmune, and neurodegenerative diseases.
Moving to the “zoonoses” line, humans encounter pathogens through contact with wildlife, but humans themselves also create the conditions for new zoonoses to spill over into communities – and the Covid‑19 pandemic is a case in point. Without delving into each single critical issue due to time constraints, it is clear that the connections are extremely complex, both in terms of their relationships with each other and in terms of their repercussions on the health of plants, non‑human animals, and human animals – that is, ourselves.
Given that there probably is no perfect diet and that any diet must always be personalized and contextualized, what am I sufficiently certain about as a non‑nutrition specialist? That a diet with a predominant content of meat and animal products, especially processed ones, on the human side reduces life expectancy and increases the risk of diseases; on the animal side, it induces intensive farming with worsening of the animals’ living conditions, their hygienic conditions, and an increase in their diseases. On the environmental side, this determines an increase in emissions and pollutants. The graphic insert shows the exact opposite trend in recent years, with an impressive, progressive increase in meat consumption (the scale is in millions of tons). A predominantly plant‑based diet, on the other hand, produces the exact opposite effects, as schematized in green on the left. Somewhat provocatively and half‑smiling, we could say that if everyone followed the Mediterranean diet as originally conceived and consumed animal products rarely, there would be no need for vegans in the world. Clearly a joke – I mean no offense to vegans or vegetarians, quite the opposite.
There is no doubt about sedentariness: we know it is associated with cardiovascular disease and more. Only one in four adults does physical activity as recommended by the WHO. A sedentary person at age 40 has a heart with the diastolic dysfunction of a 60‑year‑old or older who instead does physical activity.
What do we know about pollution? We know a great deal, and studies are increasingly in‑depth, also because it is not easy to study the complexity of pollution’s effects. Here, in a nutshell, is a list of some decidedly disheartening data: millions of deaths due to pollution, 6 million from air pollution and mainly from cardiovascular diseases. We know that fine particulate matter, nitrogen compounds, and ground‑level ozone increase hypertension, heart attack, stroke, and heart failure. The pathogenetic pathway is the one common to other causal factors and risk factors – namely, the pathway of inflammation and oxidative stress, with both cellular and tissue damage. We also know that those with pathologies, both cardiac and non‑cardiac, are more vulnerable, and we know very well that the most vulnerable are children, the elderly, and people with comorbidities. Furthermore, disadvantaged socio‑economic classes – here we would need to open a chapter on One Health and gender, which I will not open purely for time reasons. A flash data point on the Milan metropolitan area: deaths from natural causes attributable to nitrogen dioxide on the left and number of deaths from particulate matter, data processed by the ATS of Milan.
We know well what the modifiable causal factors or risk factors for cardiovascular diseases are. I just want to point out that among these factors there is a vicious connection that can, however, become a virtuous opportunity. For example, if we decide to move more – and that does not necessarily mean doing sports; even walking or cycling to work – then, if we move more, we lose weight, reduce blood pressure, blood glucose, and cholesterol values, reduce pollution at the same time, and ultimately reduce inflammation. Inflammation that we know is the ultimate common pathway for the development of atherosclerotic diseases but also neurodegenerative, mental, and metabolic diseases. So much so that one of the therapeutic development lines is precisely to reduce inflammation and combat oxidative stress.
A recent alarming finding comes from an extremely interesting Italian observational, prospective, multicenter study. The study involved just over 300 patients with symptomatic carotid stenosis with a significant indication for intervention. In this population, two groups were compared: one with microplastics and nanoplastics present in the atheroma and the group without. The endpoints: the primary was a composite endpoint of non‑fatal myocardial infarction, non‑fatal stroke, or death from any cause; the secondary endpoint was inflammatory indicators. First thing: the two groups do exist because micro‑ and nanoplastics are present in the atheroma. We must say that if they have reached the carotid plaque, it is highly likely that they can also reach others. Here two groups, with and without micro‑ and nanoplastics, of 150 and 107 subjects respectively. This is the cumulative incidence curve of the composite outcome, i.e., the primary endpoint. It can be seen that, with a Cox regression analysis adjusted for age, sex, and all these listed variables, there is a significant difference to the detriment of the group with micro‑ and nanoplastics (in orange) versus the group without (in blue). The same significant difference is also found for inflammatory markers.
Let us return to the question of whether One Health concerns us or not, whether it matters to us. We can say that plastics are everywhere around us but also inside us. Inflammation seems to be confirmed as the common pathogenetic pathway. However, it must be considered that the so‑called exposome – made up of what we breathe, eat, drink, etc. – is extremely complex, and therefore it is difficult to establish a cause‑effect relationship for each of the factors to which we are exposed. Moreover, in addition to inflammation, there can be epigenetic changes through DNA methylation, and perhaps we can hope that some epigenetic changes may even be favorable and protective. It is a fact that the connections in the environment‑animal‑human triad certainly exist, but individual susceptibilities and responses must also be considered, including gender differences. If we think the One Health concept matters, I hope I have brought you enough elements to decide this. Then it becomes necessary to move from concept to action, urgently, because humanity’s window for climate action is closing rapidly.
Medical professionals have a unique opportunity to positively influence patients, families, the general population, as well as the clinical and scientific community, and therefore to have a positive influence on the planet. It is well known that doctors are among the best influencers – let us use this ability. Let us prescribe, according to guidelines, not only therapies but also lifestyles. Look, since I started getting involved, I often convince patients to give up the car and go to work by public transport plus walking, maybe getting off one stop before the office to walk a few more minutes, or I convince myself to cycle to work. Then these patients write to thank me. Furthermore, we could develop projects in synergy and collaboration with environmental professionals, agriculture professionals, veterinarians, city planners, urban planners – and hopefully vice versa. And we should also move away from the logic of resistance to change. Moreover, from the 1950s to today, we have all passively undergone change. So let us try to change our habits, even the smallest, seemingly insignificant ones.
This is what we tried to do, for example, as a scientific society when last year, during the national congress, we gave this welcome to participants. We made them aware that the scientific society was becoming an ambassador of change for sustainability, trying to put in place actions of awareness, responsibility, consistency, and prevention, in an era where environmental awareness and One Health themes are at the center of the global scientific debate. What did these actions consist of? For example, instead of car transfers, we gave ATM subscriptions; we used recycled and compostable materials; we used vegetarian menus and so on. Some smiled favorably, some grumbled; in fact, everyone confronted this attempt and reflected. The same happened, for instance, at ESCA in London a few months later, in September – there was a decidedly green attitude. Similarly, the Alliance for Cardiovascular Diseases under the aegis of the Ministry of Health worked at the pollution table, and data have just been released in this document published in February.
True, to solve this planetary crisis a collaborative approach is needed, in which medical professionals, scientific researchers, public health officials, and policy makers work together to mitigate and limit the consequences of human activities, but it is equally true that there are also small but significant actions to be taken. And I deliberately repeat myself: correct prescriptions, participate in active mobility projects, organize 100 of these mini‑masters, propose to your healthcare companies welfare programs that are conducive to One Health, fitness courses, discounts on e‑bikes, discounts on public transport subscriptions. Let our imagination take wing. Spreading correct information is equally important: in schools, in hospitals. I give the example of the C40 initiative and the Academy of Shared Streets, which is organizing a series of seminars in Milan with the participation of experts in various fields, from urban planning to occupational medicine, cardiology, driving schools, and citizens’ associations. Speaking of correct news, one concern regards this question: how long can I cycle before pollution does more harm than the benefit of cycling itself? That is, if I cycle in traffic, does it do more harm than good because I breathe harmful substances? The answer is that I would have to cycle for 10 hours for the benefits of physical activity to be outweighed by the harmful effects of pollution. So let us cycle, because I believe that to reach the workplace one cycles at most 20–30 minutes.
Finally, regarding collaborations with experts from other sectors, I cite this work on ANSET where it is essentially demonstrated that building, designing, and changing cities, even with choices that may initially be unpopular – remember that resistance to change is typical of any organization – unpopular choices like extended pedestrian areas or paid parking. A different urban design has favorable and impressive effects on health, not only in terms of reducing road trauma, but also reducing all diseases and substantially leading to an improvement in quality of life, health, opportunities, equity, and equality, also overcoming some of the gender differences that our society is steeped in. Thus, the so‑called inverted pyramid of metropolitan mobility can be realized, in line with the recommendations of the WHO and the health ministers of more and more European states.
I conclude by thanking you for your attention and apologizing for running a few minutes over. I thank the Epijet Lab of the University of Milan for providing some reflections and data. And I leave you with this call to action: let us try to change our small habits from now on, let them create a snowball effect – a favorable avalanche, not the one from global warming and glacier melting. Thank you and I wish you good work for our planet – let us save it.



